Oggi il discorso di Mattarella. Reazioni semiserie in seguito all’elezione (Santo subito!)

Udite, udite: anche Paolo Flores d’Arcais ha detto si, Sergio Mattarella è la scelta migliore. Il leader di Micro Mega e di una sinistra sempre abortiva ha passato al microscopio la carriera di Sergio Mattarella, ed è riuscito a evidenziare una sola macchia nella sua storia politica, quel martedì 20 gennaio del 1998, quando nella seduta n. 299 della XIII legislatura votò contro la richiesta di arresto di Cesare Previti. Altro non si è trovato.

Flores d’Arcais è l’ospite d’onore più ambito della rassegna stampa sull’elezione del Presidente della Repubblica. Sempre attingendo da quanto scrive il più affascinante laico-ateo d’Italia dopo Eugenio Scalfari, si può pacificamente affermare che Sergio Mattarella sia di gran lunga, anzi incomparabilmente, la scelta migliore tra i tanti nomi di candidati con qualche chance reale che sono entrati per settimane nei pourparler e nelle trattative di Palazzo.

Scomodiamo un collega giurista del neo presidente Mattarella, Salvatore Satta, poiché come in una di quelle assurde processioni del paradiso dantesco, ora più che mai, sfilano in teorie interminabili, ma senza cori e candelabri, gli uomini della gente italica. Anche i giornalisti à la page aprono i loro studi a sontuose e luccicanti interviste a dinosauri della balena bianca come Clemente Mastella e Paolo Cirino Pomicino. Gli italiani moriranno democristiani? E’ questo il motivo dominante che segue la sbornia presidenziale: il democristiano del futuro governa, il democristiano del passato garantisce il suo buon governo.

Qual è stata la reazione autentica della stampa italiana all’elezione politicamente corretta di Sergio Mattarella?  O all’opportunismo di Renzi, abile a individuare la super candidatura attingendo direttamente dall’iper uranio platonico. Scelta che gli ha consentito di unire il PD, zittire SEL, dimostrare che è più forte di Berlusconi ma che gli concede comunque elemosine e salvacondotti, mettere fuori gioco il Movimento 5 Stelle, ricordare ad Alfano che sarà sempre un numero 2 o 3 o 4. Una candidatura moralmente blindata, al di là dei pettegolezzi, al di là del fatto che abbia fatto politica e governato insieme con De Mita e Andreotti, piuttosto che con Claudio Martelli, Prodi e D’Alema. Un uomo buono per tutte le stagioni, una sorta di prefetto di partito: che si chiami democrazia cristiana, oppure popolare, o ancora democratico.

Oltre Flores d’Arcais anche Eugenio Scalfari e Ezio Mauro di Repubblica ritengono Mattarella la scelta migliore (perché non lo scrivevano 1 o 2 mesi fa allora?). Dagli spalti di The Huffington Post Italia la scomoda Lucia Annunziata a modo suo si complimenta con Renzi, scrivendo l’atto di nascita del Partito della Nazione, compagine politica che manda fuori scena tutta la Seconda Repubblica stabilendo un nuovo curioso asse fra quarantenni e settantenni, fra Prima e Terza Repubblica. Un partito che non è il Pd e neanche la Dc, e neppure l’Ulivo e nemmeno il Nazareno. Anche la Annunziata si ciba delle visioni di Scalfari e Baricco sulle ondate dei nuovi barbari, su una società oltre il moderno e ossimoricamente anche oltre il post moderno. Un Premier liquido e mutante ha voluto un Capo dello Stato solido e statico, quanto di più vicino agli stereotipi della pizza e del mandolino o, in versione più attuale, dei selfies di Berlusconi e Renzi tra Bruxelles e resto del mondo.

Questa elezione, in fondo, è stata un gioco tra il serio e faceto che ha escluso il giocoliere di grido di questa stagione politica: Beppe Grillo. Anche lui tono dimesso, anche lui senza parole, d’altra parte cosa si può dire contro Mattarella? Niente, quindi meglio tacere. In difficoltà anche Belpietro, Sallusti e Feltri, i cannoni della stampa filo berlusconiana. Troppo larga la maggioranza che lo ha votato, troppo estesa la virilità morale del neo presidente, apparentemente disastrosa la sconfitta berlusconiana. La macchina del fango non è stata messa in moto, nonostante il comunista Pio La Torre (assassinato dalla Mafia negli anni ’80), in un’inchiesta parlamentare sulla Mafia degli anni ’70, scrisse che Bernardo Mattarella, padre di Sergio e Piersanti, al termine della seconda guerra mondiale aveva recitato un ruolo di primo piano nell’avvicinare esponenti di spicco della mafia siciliana alla Democrazia Cristinana.

Angelo Panebianco, firma del Corriere della Sera, incensa l’intelligenza del Premier e vede sempre più uno spostamento verso Renzi di rilevanti segmenti societari che in passato avevano guardato a Berlusconi. Ci sono sia ai piani alti (le élite economiche) che ai piani bassi (certi settori del ceto medio) una attenzione e una disponibilità a seguire Renzi, a prenderlo in parola, a scommettere sul suo riformismo, che automaticamente toglie spazio al centrodestra, ne riduce drasticamente il serbatoio elettorale. L’altra firma, Michele Ainis, in modo spiritoso e arguto ci segnala che nel 1981, quando la Democrazia cristiana regnava con il 38% dei consensi, a Palazzo Chigi c’era un repubblicano (Spadolini), al Quirinale un socialista (Pertini). Nel 2015 la Dc risulta morta da un bel pezzo, ma in quei due palazzi ha lasciato un figlio e un nipotino. Chapeau.

La cronaca politica cerca di rendere Mattarella un essere umano, è stato addirittura trovato un compagno di scuola pronto a giurare di averlo visto sorridere. Il Mattarella privato è un uomo dalle passioni sobrie, è questa la notizia che viene rilanciata di continuo dalla maggior parte delle testate, fotocopie di una puntata qualsiasi di Verissimo. A parte Salvini,  che dall’alto della sua intelligenza ha subito twittato «Non è il mio Presidente», rimane solido sulle sue posizioni anche il trio immolato alla coerenza moralista che neanche Gramsci potrebbe sfidare: Travaglio-Perez-Scanzi. Il Fatto Quotidiano è l’unica testata ad aver agitato la bandiera dei sospetti e cercato di trovare l’armadio con dentro qualche vecchio scheletro. Senza troppa convinzione ha tirato fuori la storia del padre Bernardo colluso con la Mafia secondo il leader Pio La Torre, ha pubblicato un’intervista nella quale Claudio Martelli, Ministro della Giustizia al momento dell’omicidio di Salvo Lima, ricorda che ai tempi sottolineò come Piersanti Mattarella (fratello di Sergio ucciso dalla mafia) non fosse da annoverare tra i morti che hanno combattuto la mafia a viso aperto e non può essere paragonato a chi è caduto mentre era in guerra con le cosche. La risposta di Sergio fu «Livello miserabile». Altra storia di cattiva cronaca ospitata da Il Fatto è quella relativa all’altro fratello di Sergio Mattarella, Antonino, a suo tempo pizzicato in affari con Enrico Nicoletti boss della Magliana. Travaglio ha giustificato questi timidi attacchi sostenendo che i giornalisti devono informare anche sui possibili motivi di ricatto cui può essere soggetto un candidato a una carica così importante.

Si supera Andrea Scanzi, preso dallo sconforto per l’ennesima vittoria politica di Renzi scrive: «Lo dirò con un francesismo spinto: hanno fatto più pompini a Renzi per la scelta di Mattarella che a Rocco Siffredi in tutta la sua carriera». Livore puro. E più scrive e rilancia argomentazioni-slogan come questa e più Renzi vince, mi ricorda il rapporto ventennale tra Paolo Flores d’Arcais e Berlusconi. Fatto sta che si è anche dovuto giustificare con i suoi lettori che lo hanno rimproverato di essere stato troppo molle rispetto alla santificazione di Mattarella. Lui ha risposto scrivendo «gli ultrà renziani mi insultano a spron battuto perché “rosico” e sono volgare se sottolineo ironicamente la quantità industriale di pompini (cit) che i media hanno fatto al Presidente del Consiglio. Come sempre le sfumature di grigio vanno bene solo nei libri peggiori. Lo ripeto per l’ennesima volta: chi mi stima solo quando scrivo ciò che loro pensano, ha sbagliato persona. Non appartengo a nessuno, se non a me stesso, e la realtà non è quasi mai bianca o nera: io scrivo e dico quello che penso, non quello che mi converrebbe scrivere». Tutto da verificare.

Ho trovato più interessante il primo Claudio Cerasa, il neo direttore de Il Foglio. Ha messo in luce il ruolo dello (ex?) smacchiatore, Pier Luigi Bersani. Poteva far male a Renzi e invece lo ha riavvicinato alla Ditta. L’ex segretario del Pd ha giocato benissimo la partita per il Quirinale, con equilibrio, facilitando la soluzione migliore, senza lasciarsi troppo incantare alle voci che accreditavano anche il suo nome per il Colle. Magari si sta preparando per l’elezione di un laico tra sette anni? (Mattarella è un cattolico e la tradizione parla di alternanza, ogni sette anni, tra un laico e un cattolico). Sempre Il Foglio racconta bene perché Forza Italia non avrebbe alcun vantaggio a mandare Renzi a quel paese. Il fatto che Berlusconi rimarrà dentro, che non romperà il patto, che continuerà a fare le riforme con Renzi, non è, come vorrebbero far credere i campioni dello sfascismo post berlusconiano, una mossa scellerata. Cerasa scrive tesi che sosterrebbe anche Scanzi, ma le scrive meglio.

Ripensando al fiume di inchiostro e di parole che ha fatto seguito all’elezione di Sergio Mattarella a XII° Presidente della Repubblica italiana percepisco diffusamente idee gattopardesche e cerchiobottiste. In fondo anche la stampa è sommamente democristiana, non solo la politica. Non ho trovato brillanti analisi sull’azione del Mattarella ministro (Pubblica Istruzione nel 1989-90, Vice Presidente del Consiglio e Difesa a fine anni ’90) e neanche sull’operato di Mattarella dirigente della Democrazia Cristiana ai tempi della primavera di Palermo (1985-1990). Pochi approfondimenti sul ruolo di Mattarella nei delicati passaggi dalla prima alla seconda Repubblica: il partito popolare, lo scontro con Buttiglione che voleva si seguisse la strada tracciata da Berlusconi, la legge elettorale che porta la sua firma e con la quale introdusse il maggioritario e che Sartori battezzò Mattarellum. Giusto per capire che Mattarella non è semplicemente un costituzionalista ma molto di più. 

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