Pigliaru conferma: dichiarazione di guerra alla lingua sarda! (Aggiornato)

Ai primi di ottobre 2014 mi chiedevo (mica troppo) se Pigliaru avesse scelto di passare alla storia come il primo presidente della Regione che dichiara ufficialmente guerra alla lingua sarda. Non era e non è nella stessa posizione di altri presidenti: non dopo 8 anni di servizio linguistico, di progetti di respiro internazionale, di accenno a un approdo «bilinguistico» autentico, di formazione di 150 operatori linguistici, di superamento della barriera della «vergogna». Il rischio era (e così si è confermato) l’azzeramento di iniziative quali l’Atlante Linguistico diretto da Michele Contini (linguista internazionale), la Conferenza della Lingua Sarda 2014, le opere didattiche e i videogiochi in sardo, le mappe linguistiche del progetto Camilisa e le opere di autori europei tradotte in sardo. Resetato anche il Correttore Ortografico della lingua. Stesso destino per gli stanziamenti relativi a Sa Die e Bilinguismu Creschet con l’Università di Edimburgo al palo. Insomma, una via di mezzo tra  Waterloo e la campagna di Russia del ’41.

Giuseppe Corongiu, ex direttore del Servizio Lingua Sarda sotto Soru e Cappellacci, allora si poneva 5 domande: perché l’ossessione di distruggere ciò che Soru e Mongiu hanno creato e che neppure Cappellacci ha insidiato? Sarà d’accordo la maggioranza ‘sovranista’ in Consiglio Regionale? Avrà la forza il Consiglio di dire no alla Giunta? Chi ha paura della politica linguistica? Quali reali interessi si tutelano e si nascondono dietro questa cieca opera di distruzione? La sua riflessione è sintetizzata in questo post pubblicato proprio in quei giorni su Limba Sarda 2.0: «La macelleria linguistìca di Pigliaru e Firino».

Dicevo e dico, e se si trattasse di una strada in piena continuità con la deflazione contabile, politica, civile e sociale che caratterizza questi governi provvisori? E dico deflazione in quanto, rispetto alla recessione, viene determinata anche dai comportamenti della politica, che appunto producono (consapevolmente o meno) un arresto della crescita. Ciò che qua in Sardegna non erano riusciti a realizzare  i quaranta anni di neoliberismo  (dalla presa del potere dei Chicago-boys, passando per  il thatcherismo e il reaganesimo, fino ad arrivare all’attuale stagione della finanziarizzazione dell’esistenza), lo si sta compiendo adesso. Oggi siamo dentro la più grave crisi del diritto alla lingua sarda. Una crisi deliberata. Che conferma l’egemonia e il dominio di quelle élites malas a morrere che da sempre guardano con disprezzo alle cose sarde. Con uno sguardo obliquo, introiettivo e percussorio che racconta anzitutto della loro provincialità da tardo impero.

Pigliaru con Paci, l’assessore nemico dei Comuni, rottamano ciò che considerano inutile, superfluo (limba, comuni minori, piccole scuole), e lo fanno manipolando abilmente il dizionario della politica e quel particolare vocabolario politico che è il dizionario della burocrazia contabile. Pigliaru non si rende conto (in verità se ne rende conto benissimo essendo élite che non ha mai esibito l’orgoglio della sardità, piuttosto ha sempre nutrito l’aspirazione a essere vip «italiano», per natura e ideologia) che in questo modo è lui (e la sua Giunta) ad essere reazionario,  facendo appunto regredire la democrazia  linguistica, scolastica e territoriale ai tempi del ti sbatto in Sardegna e del ti picchio se parli in sardo.

Anche nelle impercettibili modifiche che si propongono (con riguardo al precedente) al decreto legislativo recante “Norme di attuazione dello Statuto speciale della Regione Sardegna per il trasferimento delle funzioni in materia di tutela della lingua e della cultura delle  minoranze linguistiche storiche nella regione” vedo riflesso il semaforo ideologico della vecchia sinistra isolana che odiava a morte tutto ciò che parlava sardo (Limba: sa Giunta deliberat unu decretu chi no istat ritzu. Mala idea o diletantes?). Quella impercettibile modifica, di cui ho scritto ieri nel post sopra citato,  è un attacco ideologico: gli inconfessabili retropensieri della (forse) sinistra sarda, quelli sulla questione linguistica, infatti, portano ancora una volta indietro nel tempo, a un’epoca che sembrava superata, quella della «vergogna di sé» e quella della «autocoscienza» assente. Come se nella più assurda delle ipotesi del terzo millennio avessimo un Presidente della Regione che si vergogna della lingua sarda, che non ha coscienza del valore morale, culturale ed economico di questa lingua, che continua  a sognare di essere un «vip» italiano e basta.

Non è così? Lo dimostri.

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Un pensiero su “Pigliaru conferma: dichiarazione di guerra alla lingua sarda! (Aggiornato)

  1. mi dispiaghet meda chi epant postu sa tropea a sa LSC, no si podet atzetare, deo chi so creschida a s’estero dae 63 annos no bido s’ora chi su sardu istandarditzadu siat atzetadu dae sa giunta regionale, ma so idinde chi sos onorevoles chi ant tentu sa fortuna de naschere ,creschere in Sardigna no sentint sa netzesitade de faghere su chi bi cheret pro idere sa LSC brillare a sa lughe dee su sole, si comente a mie fint istados in giru peri su mundu aiant tentu e proadu su bisontzu de s’identificare cun sa limba materna, in calidade de sarda a s’estero diat cherrere chi sa regione diat ssa possibilidade a totu sos sardos chi sunt fora de podere imparare su sardu, de lu podere faeddare e iscriere. In totu custos annos in Belgio, de onorevoles sardos in sos circolos nda passadu paritzos, ma sunt pagos sos chi ant tentu verso sos sardos unu saludu in sardu chi los poteret identificare chi esserent tzente de sa terra nostra, fortzis no l’ischint faeddare? o ateras rejones, su faeddare e connoschere s’italianu no giustificat de no faeddare e iscriere su sardu. tantos saludos

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