Il 15 agosto 1936 muore Grazia Deledda. 30 anni prima del Nobel dedicò “La via del male” a Niceforo

Murale di Orgosolo

Si può parlare di Grazia Deledda e insieme di una delle pagine più tristi della storia recente della Sardegna?

Nella sua opera La delinquenza in Sardegna1, frutto di una minuziosa esplorazione dell’Isola compiuta nel 1895 e pubblicata due anni più tardi dall’editore Sandron, Alfredo Niceforo, giovane antropologo di stretta osservanza lombrosiana, enunciava due assiomi fondamentali. Il primo:

Ogni territorio della Sardegna ha una forma sua particolare di criminalità: forma che si differenzia dalle altre e che dà una speciale caratteristica al territorio in cui essa si manifesta.

Il secondo:

Esiste in Sardegna una specie di plaga moralmente ammalata che ha per carattere suo speciale la rapina, il furto e il danneggiamento. Da questa zona, che chiameremo Zona delinquente e che comprende il territorio di Nuoro, quello dell’alta Ogliastra e quello di Villacidro, partono numerosi batteri patogeni a portare nelle altre regioni sarde il sangue e la strage.

Un altro passo:

Fra i vari tipi di cranio della zona criminale, tutti appartenenti ai popoli più selvaggi e primitivi, uno è particolarmente diffuso nella Sardegna centrale: si tratta del “parallelepipedoides variabilis sardiniensis”.

Niceforo, inoltre, sosteneva con convinzione che alla radice di questo stato patologico vi fosse la particolare forma del cranio dei sardi, indizio sicuro di un arresto sulla via dell’incivilimento.

In Sardegna il libro suscitò protesta e irrisione. Unica a non indignarsi e a non irridere fu Grazia Deledda, che al Niceforo nel 1896, un anno prima dell’uscita del libro2,  dedicò il romanzo La via del male. La realtà dava torto all’antropologo catanese. Accadeva, infatti, che le stesse cattive inclinazioni ch’egli riteneva male esclusivo della zona delinquente si manifestassero, con la stessa ferocia, anche fuori dai confini di quella “plaga moralmente ammalata”. Si uccideva, si rapinava, si rubava, si devastavano campi coltivati anche in luoghi diversi dal Nuorese, dall’alta Ogliastra e dalla zona intorno a Villacidro. Vi erano banditi ovunque (Oschiri, contrada del Monte Acuto nel cuore del nord Sardegna, durante l’operazione Caccia grossa del 1899 – Governo Pelloux – fu oggetto di circa 20 arresti, più o meno quanto Orune). Per spiegare questo stato di cose non era indispensabile affaticarsi a misurare centinaia di crani tratti dagli ossari dei cimiteri sardi, era sufficiente esaminare le generali condizioni che pesavano, pur con non poche differenze, su ogni luogo della Sardegna.

L’arretratezza, la povertà, l’organizzazione sociale che confinava i più in una posizione di oggettiva subalternità rispetto a gruppi ristretti detentori d’ogni ricchezza e d’ogni potere, i mezzi con cui si produceva il poco che occorreva per vivere, la diffidenza nei confronti di una giustizia  obbediente al potere politico e attenta agli interessi e ai desideri dei più ricchi. Un fisco spietato, il 27 marzo del 1899 “La Nuova Sardegna”, in un articolo intitolato La Sardegna all’asta, pubblicava un sommario elenco dei beni espropriati e posti in vendita per il mancato pagamento d’imposte:

A Bonorva 99 contribuenti sono espropriati di circa quattrocento beni. A uno dei disgraziati si mettono all’asta cinque seminativi e un vigneto, a una povera donna la casa. A Giave gli espropriati sono 114. Anche il piccolo comune di Semestene ha le sue vittime, 44. Il numero degli espropriati di Orani sale a 110. A Sorso, l’8 aprile, si procederà alla vendita delle case, dei seminativi, dei vigneti di 228 contribuenti: verranno messe letteralmente sul lastrico 121 famiglie, tante sono le case messe in vendita.

C’è stato un momento,  tra  Ottocento  e  Novecento, della storia del modo di pensare la diversità della  Sardegna come luogo di banditi, in cui anche Grazia Deledda è stata coinvolta e ha avuto un ruolo3. Si tratta dei suoi “rapporti” con le opinioni della Scuola Positiva di Diritto Penale (di stretta derivazione lombrosiana) intorno alle condizioni e in special modo alle forme di delinquenza agropastorale della Sardegna, più in particolare delle Barbagie da cui essa stessa proveniva e che usava come sfondo  nei suoi romanzi sardi. I temi deleddiani della primitività, della decadenza e della degenerazione, dell’ineluttabile e del destino, messi ormai bene in evidenza dalla critica, hanno avuto a che fare, evidentemente nel loro formarsi, con le opinioni sul determinismo e sull’atavismo tipici delle teorie della scuola positiva di diritto penale.

In un passo di una lettera a L.De Laigue4, la Deledda dichiara che:

Per quanto ho potuto studiare ho imparato ad amare le teorie della scuola positiva italiana. Per me non esiste il peccato, esiste solo il peccatore, degno di pietà perché nato col suo destino sulle spalle.

Il destino sulle spalle. L’inevitabilità della spinta a delinquere. Per la scuola positiva, ciò che l’uomo è dipende da ciò che la stirpe gli lascia in eredità, e ciò ch’è innato, naturale e immodificabile.  Il razzismo era, allora più che oggi, un modo del senso comune colto di spiegare cose troppo difficili da comprendere di fronte alla varietà dei modi e delle concezioni di vita.
***

1Niceforo Alfredo, Delinquenza in Sardegna: note di sociologia criminologia, Palermo, Sandron, 1897. Il libro è stato ristampato nel 1977 a Cagliari dalle Edizioni della Torre. Da questa sono tratte le citazioni.

2Deledda Grazia, La via del male, Torino, Speirani, 1896. Sebbene questo libro sia stato pubblicato nel 1896 e dunque preceda di un anno l’uscita delvolume di Niceforo, Deledda doveva conoscere un altro saggio dell’antropologo intitolato Le varietà umane pigmee e microcefaliche della Sardegna, Roma, Tipografia dell’Unione Cooperativa Editrice.

3Angioni Giulio, in Postfazione Annali Università di Sassari (vol VIII), Sassari, 2012, pag. 177 sgg.

4Angioni Giulio, In Grazia Deledda e la cultura contemporanea, 1992 Nuoro, Consorzio per la pubblica lettura“S. Satta”, , 2 voll., vol. I: 299 sgg.

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