Il tributo della poesia sarda al poeta García Lorca. Il 19 agosto 1936 venne trucidato dal franchismo

Federico García Lorca

Federico García Lorca era una star della poesia. Lo era da vivo, è diventato un’icona da morto. Un insolito Shakespeare dei tempi moderni che scriveva, dirigeva una compagnia teatrale e recitava. Appoggia la Spagna repubblicana contro la propaganda della destra autoritaria. Artista cosmopolita e giovanissimo amante di Salvador Dalí, García Lorca aveva aderito alla campagna di alfabetizzazione repubblicana con un teatro ambulante di poesia popolare, anticlericale e zingaresca. I suoi versi («Offro la mia carne ai campesinos di Spagna» dice in Poeta a New York) infiammavano la passione libertaria in tutto il mondo. Uccidere García Lorca, a un mese dal golpe militare di Franco, era come distruggere definitivamente lo spirito laico, sognatore e rivoluzionario della Repubblica. E lo uccisero, con il plotone d’esecuzione all’alba del 19 agosto 1936, come un golgota rivoluzionario.

Il sole non era ancora sorto, c’erano appena 16 gradi e sei boia franchisti portavano le loro vittime su due auto verso la campagna. Quella su cui viaggiava Lorca era una Buick decapottabile rosso ciliegia1. Il capo pattuglia era Mariano Ajenjo Moreno, all’epoca 53enne. Nato in una famiglia di braccianti, con 10 fratelli di cui 5 morti bambini, era «spietato, insensibile, perfetto come boia». Tutti agirono agli ordini del capitano Nestares, con la promessa di una promozione e di un compenso una tantum. Trecento «denari» più l’avanzamento di grado fu la ricompensa del “cugino” di García Lorca che era tra gli assassini, Antonio Benavides. Nipote della sorella della prima moglie del padre di Lorca, Benavides era un invasato, violento, ubriacone. A seconda delle bettole, si poteva vantare delle prestazioni con la tenutaria del bordello o di «aver tirato due palle in testa al cervellone». Chiese più volte un prete Garcìa Lorca, ma non glielo diedero.

Un anno prima di morire, in seguito alla morte dell’amico torero caduto nell’arena, García Lorca scrive il Llanto por Ignacio Sánchez Mejías (1935), in quattro parti. Irrompente inizio della prima parte (“La cogida y la muerte” – Il cozzo e la morte -, introdotta e scandita dalle famose “Cinco de la tarde” che suonano in tutti gli orologi del mondo:

A las cinco de la tarde.
Eran las cinco en punto de la tarde.
Un niño trajo la blanca sábana
a las cinco de la tarde.
Una espuerta de cal ya prevenida
a las cinco de la tarde.
Lo demás era muerte y sólo muerte
a las cinco de la tarde.

El viento se llevó los algodones
a las cinco de la tarde.
Y el óxido sembró cristal y níquel
a las cinco de la tarde.
Ya luchan la paloma y el leopardo
a las cinco de la tarde.
Y un muslo con un asta desolada
a las cinco de la tarde.
Comenzaron los sones de bordón
a las cinco de la tarde.
Las campanas de arsénico y el humo
a las cinco de la tarde.
En las esquinas grupos de silencio
a las cinco de la tarde.
¡Y el toro solo corazón arriba!
a las cinco de la tarde.
Cuando el sudor de nieve fue llegando
a las cinco de la tarde
cuando la plaza se cubrió de yodo
a las cinco de la tarde,
la muerte puso huevos en la herida
a las cinco de la tarde.
A las cinco de la tarde.
A las cinco en Punto de la tarde.

Un ataúd con ruedas es la cama
a las cinco de la tarde.
Huesos y flautas suenan en su oído
a las cinco de la tarde.
El toro ya mugía por su frente
a las cinco de la tarde.
El cuarto se irisaba de agonía
a las cinco de la tarde.
A lo lejos ya viene la gangrena
a las cinco de la tarde.
Trompa de lirio por las verdes ingles
a las cinco de la tarde.
Las heridas quemaban como soles
a las cinco de la tarde,
y el gentío rompía las ventanas
a las cinco de la tarde.
A las cinco de la tarde.
¡Ay, qué terribles cinco de la tarde!
¡Eran las cinco en todos los relojes!
¡Eran las cinco en sombra de la tarde!

C’è una poesia in Sardegna che ricorda tutto questo, un componimento tributo per Federico Garcìa Lorca. L’autore è Antonino Mura Ena di Lula e il titolo è Jeo no ‘ippo torero.

La poesia può essere compresa facendo riferimento alla intertestualità che  l’autore stabilisce con il testo di García Lorca A las cinco de la tarde e con la morte di Ignacio Sánchez. È ispirata a una storia che Mura Ena ha raccontato in italiano in un altro suo libro, Le memorie nel tempo di Lula, nel quale ricorda un suo compagno di scuola che era stato incornato dal bue e che muore per l’infezione mal curata della ferita2. La poesia ha avuto una circolazione ed un pubblico di ascoltatori, prima ancora che venisse pubblicata, probabilmente perché costruita con una struttura drammatica che coinvolge subito l’immaginazione, inoltre e in certa misura per il suo mistilinguismo di sardo e di spagnolo.

L’autore immagina che il ragazzo pastore Juanne ‘Arina di Lula, incornato da un bue, racconti la sua agonia, il compianto che la madre intona di fronte al cancello dell’orto, il delirio nel quale egli invoca il padre morto in guerra, l’incontro con lui e con un autentico torero. Questi, notando la ferita all’inguine, simile alla sua, gli chiede se sia un torero. Il ragazzo nega e gli racconta la vicenda. Il maggior torero di Andalusia gli dà conferma che lui è un vero torero, un torero sardegnolo e per mano lo accompagna a los toros celestes.

L’autore, come è evidente, mette in risalto la motivazione sociale della morte di un ragazzo ferito allo stesso modo di un torero, non nell’arena, ma nel lavoro, poiché egli, in assenza del padre, doveva provvedere alle esigenze della piccola azienda familiare. Il poeta alterna al racconto del ragazzo, il dialogo con la madre e il suo compianto funebre che si adegua alla struttura ritmica e ai motivi de s’atitu (canto per la morte) e, infine, il dialogo con il torero che avviene in uno scambio assai proficuo di lingua spagnola e di lingua sarda.

Credo si possa osservare che Antoninu Mura Ena mette in evidenza la “rottura”, “la frattura”, cioè il ribaltamento della tradizione recente per indicarne una più larga, più europea, nella quale queste culture e letterature locali possono coesistere. Credo che a questo punto possiamo concludere su questa implicita allusione metaforica che indica una frattura nella tradizione che annuncia il modificarsi del canone per adeguarsi ad una interconnessione europea.

Jeo no ‘ippo torero

Jeo no ‘ippo torero

Jeo ‘ippo Juanne ‘Arina.

Luvulesu, pitzinnu minore

in tempus de laore, a manzanu e a sero,

de voes e vaccas punghitore.

Ma no ‘ippo torero.

Jeo no so mortu

a sas chimbe de ‘ortadie

(che a Ignacio Sànchez).

Jeo so mortu a s’arveschere

in su creschere.

No b’haiat pro me in s’arena

un’isporta ‘e carchina vattuta

a isterrita, supra su sambene.

A mie no m’han vattutu

unu savanu biancu.

Unu voe m’haiat incorratu

in sa jaca ‘e s’ortu.

Ohi! Chi so mortu.

A mamma happo cramatu

a sa jaca ‘e s’ortu.

***

Mamma est vennita a s’ortu.

Apporrimi sa manu

e ‘ocaminde, mama, dae custa mala cama

de sa terra ‘e s’ortu.

No mi lasses in terra

che in fattu ‘e gama.

Cramami a babbu, mamma,

chi torret dae gherra…

-Itzu meu galanu,

no lu potto cramare.

Ca babbu est mortu in mare,

e tue sese orfanu,

itzu meu galanu.

Tue lu des contare

in donzi terra e portu

chi hat tentu malu irgrabbu,

itzu meu galanu.

Tue lu des contare

chi babbu est mortu in mare

in donzi terra e portu

chi babbu in mare est mortu.

***

Ohi sa calentura, sa calentura|

Unu ‘ilu luchente mi porria caente

babbu, su mortu in mare,

mi lu porriat caente a m’ampulare

a caminu ‘e chelos.

M’ampulaiat a fiancu

unu zovanu ‘ertu,

su solopattu abbertu

de cristallu biancu

e un’ispada in manos.

E una ‘erta in s’imbene

che i sa mea.

L’apompiaio jeo,

m’apompiaiat isse:

-Eres herido? Sisse.

-Eres torero? Nosse.

Vostè juchet in s’imbene una ferta

abberta, che i sa mea.

-Vostè es torero?

-Yo soy un rey de leones.

Gloria de Andalusìa

-Tu eres torero?

Nosse, vostè. Jeo no ‘ippo torero.

Jeo ‘ippo Juanne ‘Arina,

pitzinnu minore.

A manzanu e a sero,

in tempus de laore,

de voes e de vaccas punghitore.

Ma no ‘ippo torero.

In sa jacca ‘e s’ortu

unu ‘oe m’haiat incorratu:

ma no ‘ippo torero.

-Calla, ninito,calla.

Tu eres torero!

Lo mas grande torero sardegnolo

desmayado pequeno.

Subimos juntos a los toros celestes.

Toma tu mano pequena

a esto herido leon,

torero sardegnolito

ninito del corazon.

*****

1Caballero Miguel, Le ultime 13 ore di García Lorca, La Esfera de Los Libros, Madrid, 2011.

2Tanda Nicola, Il rinnovamento del canone, Centro di Studi Filologici Sardi, Alghero,

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