Sa limba nel contesto dell’eredità (Festa de sa Limba Ufitziale – Oschiri 26/27 settembre)

Placido
Placido Cherchi

Come trasmettiamo il sapere, i ricordi, le cose che abbiamo imparato, come passiamo il testimone alle generazioni che verranno dopo di noi e come i giovani si sentono – o non si sentono – collegati ai padri? È in crisi proprio lo snodo fra il nostro ieri, l’oggi e il futuro. Il filo che tiene tutto è l’eredità, vista in uno spettro largo, cioè come in questi tempi di evoluzioni tecnologiche si vive la trasmissione culturale. Scriveva in un articolo del 2011 Massimo Cacciari che “erede potrà essere chi, all’inizio, avverte la propria mancanza, la propria solitudine nei confronti del padre. Si fa erede soltanto colui che si scopre abbandonato. Heres latino ha la stessa radice del greco kheros, che significa deserto, spoglio, mancante. Può ereditare, dunque, solo chi si scopre orbus, orphanos (stessa radice del tedesco Erbe)”. Per essere eredi dunque occorre saper attraversare tutto il lutto per la propria radicale mancanza. Bisogna smontare il paradosso del tempo immaginato come una retta su cui scorre un punto inesteso e senza spessore, a velocità costante e si lascia dietro il passato e rosicchia via via il futuro.

Sono parole estrapolate da testi di eccellenti filosofi, eppure si adattano al caso linguistico sardo. D’altra parte quello de una limba è un tema universale. Non si tratta di qualcosa di speciale, positiva o negativa che sia. Si seguono piuttosto traiettorie di normalità. Ed è anche normale, lungo l’eclisse temporale su cui ci muoviamo, arrivare ad un punto in cui chiederci che senso abbia trasmettere e ricevere un’eredità in lingua sarda (o gallurese) ovvero in altra lingua. E non mi riferisco solo all’italiano, anche in Sardegna l’inglese insidierà sempre di più l’attuale primato della lingua di Manzoni. “Saper attraversare tutto il lutto per la propria radicale mancanza” ci riporta nell’ordine del ragionamento svelato da Placido Cherchi negli ultimi trenta anni. Buona parte dei sardi, soprattutto nelle città, credo viva l’elaborazione del lutto per la perdita de sa limba. A volte consapevolmente altre, forse la maggior parte, senza coscienza.

I recenti casi di Caterina Murino e di Fabio Aru, in fondo, sono lì a mostrare proprio questo. La prima, in un’intervista concessa alla trasmissione Rai Kilimangiaro, ribadisce il suo “essere sarda” e non italiana. Il secondo, avvolto in una bandiera dei quattro mori sul gradino più alto del podio della Vuelta, ha lasciato intendere un concetto del tutto simile. Un’attrice e uno sportivo, entrambi sardi, di successo e di notorietà internazionale, trenta o quaranta anni fa non si sarebbero sognati di fare affermazioni o sposare gesti simbolici di questo genere. Molto difficilmente. E probabilmente neanche il direttore di un quotidiano come L’Unione Sarda si sarebbe scusato per un “L’Expo parla il dialetto sardo” come titolo per una corrispondenza da Milano. Il Cagliari calcio lo scorso anno ha scelto di promuovere in sardo la propria campagna abbonamenti,  anche la Dinamo Sassari opta per forme di comunicazione in lingua sarda. Certo, siamo soprattutto nell’ordine dello slogan, ma si tratta comunque di un uso attuale la cui scelta affonda in un sistema di radici piuttosto complesso. A volte nevrotico.

La generazione più diffidente nell’uso alto della lingua sarda rimane quella oltre i 45-50 anni, che in questo momento è maggioranza. Le più affilate valutazioni negative a un’evoluzione degli usi linguistici in sardo provengono proprio da queste sponde anagrafiche. I più giovani parlano meno il sardo ma in potenza lo rispettano di più, sono meno severi nei giudizi. Gli attuali giovani sardi, forse, iniziano a vivere con maggior serenità l’elaborazione del lutto dovuta a una dimensione linguistica mancata, all’assenza di una lingua che trasmetta facilmente un certo sapere, i ricordi, le cose che abbiamo imparato, la testimonianza delle generazioni passate. Oggi la gioventù e la vecchiaia si dilatano mentre la maturità si restringe. I giovani hanno la tendenza a restare più a lungo a casa, i vecchi vanno invece alla ricerca di una seconda giovinezza e restano spesso produttivi anche dopo il pensionamento. Cambiano pure, in relazione alla crisi, i rapporti di solidarietà tra le generazioni, si indeboliscono i legami sociali e la fiducia tra le generazioni. La lingua sarda può essere d’aiuto? Credo di sì. Le nonne/nonni baby-sitter sono forse l’ultima occasione per una trasmissione generazionale del sardo, l’ultima a patto di convincerli a farlo. Nell’epoca della connessione permanente è vero che viviamo in una specie di primato del presente dove tutto deve essere qui e adesso, senza tempi intermedi, senza soste, tagliando nei fatti i ponti con le radici o almeno facendo sbiadire “il prima”? Non sarei così sicuro di dare ragione a questa affermazione, se è vero che l’interconnessione istantanea della rete assottiglia sempre più il rapporto con il passato è altrettanto vero che siamo piuttosto preoccupati di possibili bolle speculative. Siamo dentro una piazza affollata o dentro un castello di solitudini quando ci muoviamo nei social del salto tecnologico? E poi, qual è il ruolo del patrimonio linguistico dei sardi nella memoria, nel patrimonio storico-artistico oppure in quello eno-gastronomico, in ambito rurale (oltre il doppio del Pil del turismo), nel contesto educativo istituzionale? Che influenza esercita sull’eredità che lasciamo al pianeta e, naturalmente, sull’eredità nel passaggio generazionale? Sicuri che la lezione di secoli sedimentata in sa limba sia un orpello inutile?

I sociologi più preparati vedono come centrale e rivalutata la figura dei nonni: non è soltanto un problema legato alla vita media che si allunga, oggi spesso i nonni soccorrono i figli e i nipoti alleviando i disagi economici legati magari ai lavori precari o ad altre incertezze occupazionali, sono di aiuto nell’organizzazione domestica e anche nel collegare la memoria del passato al presente. Si tratta di un’importante occasione anche per la lingua sarda e le altre identità linguistiche della Sardegna (Sassarese, Gallurese, Algherese-Catalano, Tabarchino). Si rende necessario sensibilizzare e fare opinione pubblica. Le lingue minori del mondo cercano disperatamente di non scomparire, in alcuni casi si riscattano e diventano addirittura lingue maggiori. Per essere degni eredi occorre partire da ciò che abbiamo perso, cogliere la mancanza, percepirci spogliati e sentire il desiderio di rivestirci. Trasmetterlo.

Sa Festa de sa Limba Ufitziale che si terrà a Oschiri tra una settimana – il 26/27 settembre – intende contribuire alla diffusione e attualizzazione di un sentimento e di un’esigenza reale.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...