Populismo e post-verità: più siamo compiaciuti e più condividiamo. È davvero colpa di Facebook? (1)

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(Prima puntata) Che cosa c’entra il futuro di Google, Facebook e Instagram con il futuro della Sardegna e dell’Italia? Poco, se si considerano Google, Facebook e Instagram semplici motori di ricerche e bacheche costruite su inoffensivi algoritmi. Molto se li consideriamo  lo specchio di un fenomeno culturale che riguarda uno dei grandi temi dell’agenda politica occidentale, ovvero la soluzione che la società deve trovare per colmare l’estinzione del maîtres à penser. Lo dice l’intellettuale globale più à la page, Bauman: le società liquide che subentrano alla modernità poco s’addicono all’élite colta e all’intellettuale legislatore (tra cui anche il giornalista), che in nome di un sapere superiore arbitra e sceglie tra opinioni diverse per la realizzazione di un miglior ordine sociale.

Lo spirito del tempo, dunque, sembra ostile alla categoria dei mediatori intellettuali (anche dei giornalisti, e pure dei tecnici se per quello), sfigurata a galleria di spacconi  o musi poco sorridenti irrigiditi da un crampo snobistico-elitario, comunque incapaci di misurarsi con la cultura di massa, in altri termini con il popolo. Sull’opportunità che Facebook o Google siano responsabili o meno delle informazioni che veicolano, sono stati pubblicati decine di articoli in pochi giorni. Il punto focale è che buona parte delle argomentazioni è di natura politica. Si parla di qualcosa di più importante di una notizia non vera. Si parla del rapporto tra disintermediatori e mediatori, tra populisti e classe dirigente, tra corpi intermedi e campioni della disruption (copyright Claudio Cerasa, direttore Il Foglio).

Disrupt è un verbo particolare in inglese, da quando l’economista Schumpeter l’ha usato assieme al termine “innovation” per mettere in luce la forza “distruttiva” di certe innovazioni: da allora l’innovazione vera, quella in grado di cambiare il mondo e renderlo migliore, è sempre un po’ “disruptive”. Solo che questa volta ad essere “distrutta” dalla tecnologia è stata la verità (copyright Riccardo Luna in 2016, l’anno della post-verità).

Com’è possibile? L’oracolo Google, al quale tutti ci rivolgiamo, in cima alla lista dei risultati non mette la risposta “migliore”, la “verità”, ma solo quella che ha avuto più link, più collegamenti da altri siti web; e se sei bravo in cima ci fai arrivare quello che vuoi. Ma così funzioniamo anche noi. Condividiamo spesso senza leggere quello che troviamo nella nostra bolla di argomenti che l’algoritmo facebook ha selezionato per noi per compiacerci. Perché più siamo compiaciuti e più condividiamo. È maledettamente semplice, funziona così. E Facebook ci guadagna. Google ci guadagna. Non è una cosa nuova. È sempre accaduto che le persone si facessero una idea sui titoli dei giornali. Senza leggere gli articoli. Ma adesso non ci limitiamo più a parlarne in famiglia, lo condividiamo istantaneamente con il resto del mondo (copyright Riccardo Luna in 2016, l’anno della post-verità).

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Facebook, per questi motivi, è stato criticato anche dal New York Times, che il 19 novembre ha pubblicato un editoriale sulla diffusione delle notizie false online. L’editoriale cita un articolo molto interessante pubblicato su BuzzFeed da Craig Silverman, giornalista che si occupa da tempo della genesi e della diffusione delle notizie false online, secondo cui negli ultimi tre mesi della campagna presidenziale negli Stati Uniti le 20 notizie false più di successo su Facebook hanno avuto un seguito maggiore (in termini di condivisioni, “Mi piace” e commenti) rispetto ai 20 articoli più di successo diffusi da veri siti di informazione. Alcune di queste notizie false sono state riprese, volontariamente o inconsapevolmente, dai candidati alle elezioni per il Congresso e in alcuni casi dallo stesso Trump, creando un circolo vizioso che ha portato a renderle più credibili e di conseguenza ancora più condivise sui social network (copyright Emanuele Menietti, Il Post).

L’onnipotenza del web è la nuova egemonia massmediatica, la tv commerciale ne è stata l’anticamera. I motori di ricerca e i social network hanno distrutto le modalità di costruzione dell’autorevolezza. Gli intellettuali e i giornalisti, vittime della disintermediazione, devono ragionare sui loro errori e chiedersi come è possibile che oggi venga ritenuta autorevole o credibile, senza alcuna verifica alla fonte, la prima notizia che passa. Se fai il giornalista la post-verità è il tuo avversario perché è semplicemente una verità senza fatti. Cioè fondata su un presupposto che non esiste ma che molti considerano vero. E quindi in un certo senso lo diventa perché le persone si comportano come se lo fosse (copyright Emanuele Menietti, Il Post).

Non è un concetto nuovo. La frattura di questi anni, però, non ha eguali nei secoli passati: né Gutemberg, né l’industria culturale, né la cultura di massa avevano innescato nella geografia mentale di miliardi di individui processi analoghi, per qualità e quantità, a quelli attuali. Subito dopo l’involuzione istituzionale, etica, culturale è montato un nuovo periodo nel segno del balbettio, dei falsi miti, delle celebrità da orecchiante, dello scollamento tra cultura e politica, svuotata di ogni carica ideale e ridotta a macchina di potere (copyright Alberto Asor Rosa).

Facciamo due esempi concreti (continua – la seconda puntata è stata pubblicata il 3 gennaio 2017).

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