Populismo e post-verità: più siamo compiaciuti e più condividiamo. È davvero colpa di Facebook? (4)

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(Quarta puntata) Passiamo a una posizione filosofica di  difesa della post-verità: in fondo la verità è sempre stata effimera. Gloria Origgi (gloriaoriggi.blogspot.com), filosofa che vive a Parigi e insegna all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, si chiede

Davvero scopriamo oggi tutto d’un colpo di essere entrati nell’era della post-verità ? E qual è stata l’era politica della verità, se posso permettermi? 

Lo fa sul suo blog e sul blog che tiene per Il Fatto Quotidiano. Qual è l’età dell’oro in cui la politica era il dominio della verità? Per quanto riguarda gli esperti della questione, ossia i filosofi che si occupano di epistemologia, quella branca della filosofia che ha a che fare con la questione di come distinguere il vero dal falso, il problema non sembra per nulla nuovo. Da Aristotele, a Platone, a Tucidide, tutto il pensiero antico si lamenta dei rischi delle false informazioni nell’influenzare l’opinione della gente. Ma allora che cos’è la verità? A chi interessa? La verità per lungo tempo è stato un attributo di un sapere da iniziati, ed è grazie al pensiero di Platone ed Aristotele, contro i sofisti, che la verità diventa un concetto pubblico, una specie di punto di incontro oggettivo tra linguaggio, pensiero e mondo. Ciò che penso, perché abbia valore devo essere capace di dirlo, ma ciò che dico è vero solo se corrisponde ai fatti del mondo. E’ con questo concetto più o meno corrispondentista di verità che la filosofia e la scienza sono andate avanti per più di duemila anni, con tante diverse articolazioni. Poi, alla fine del XIX secolo, ci viene detto da Friedrich Nietzsche che la verità non esiste ed è solo uno strumento del potere. Il disvelamento delle relazioni di potere nel concetto di verità diventa alla moda in gran parte della filosofia continentale del XX secolo. Michel Foucault raffinerà questa posizione in uno splendido testo: L’ordine del discorso, in cui mostra che la verità non è che la legittimazione di certi enunciati da parte di una casta di potenti, sapienti o esperti (copyright Gloria Origgi).

Il delicato problema di quali siano i criteri di discriminazione tra vero e falso che il normale cittadino può padroneggiare quando legge un giornale, si informa sui social network o chiacchiera al bar con gli amici è uno degli argomenti di ricerca più scottanti oggi in epistemologia, psicologia sociale, scienze cognitive. Si sa che la gente non controlla l’informazione che legge non perché è scema o credulona, ma per una questione di economia cognitiva: ossia “paga” di più in termini cognitivi seguire la cascata informazionale e credere a qualcosa perché ci credono tutti o seguire quel che dice un leader di cui ci fidiamo. Si sa anche che le false informazioni su Facebook, ora considerate assurdamente responsabili della vittoria di Trump (perché, altra tendenza cognitiva ben nota, bisogna pur trovare un responsabile) si diffondono rapidamente e sono smentite altrettanto rapidamente. Facebook non è responsabile della vittoria di Trump, questa è un’altra post-verità che può essere rassicurante far circolare ma che non corrisponde alle leggi (ben studiate) di come l’informazione circola. L’informazione circola per ragioni che hanno poco a che fare con la verità, ma con la pertinenza dei contenuti che sono trasmessi, ossia con il loro potenziale successo comunicativo. In questo senso è normale che un’informazione sorprendente circoli di più: è il vecchio principio che un cane che morde un uomo non fa notizia mentre un uomo che morde un cane fa notizia (copyright Gloria Origgi).

La verità non è lì davanti a noi e ci possiamo inciampare dentro: la verità è il frutto di complicate procedure di legittimazione dei fatti. Credo sia vero ciò che le persone che hanno autorità per me dicono che è vero. Allora è importante che il mio modo di riconoscere le autorità sia sano, non che io sappia discriminare tra verità e falsità. In un mondo ad alta densità d’informazione paradossalmente la nostra dipendenza dagli altri per filtrare il sapere è ancora più grande. Dobbiamo imparare a capire quali sono i segnali legittimi per dare autorità a qualcuno e quali quelli illegittimi. Questo lo possiamo fare. Ma che la politica non userà mai la verità come suo alleato, anche di questo possiamo esserne certi (copyright Gloria Origgi).

(Prima puntata) (Seconda puntata) (Terza puntata) (La quinta puntata uscirà il 6 gennaio 2017)

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4 pensieri su “Populismo e post-verità: più siamo compiaciuti e più condividiamo. È davvero colpa di Facebook? (4)

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