Populismo e post-verità: più siamo compiaciuti e più condividiamo. È davvero colpa di Facebook? (6)

(Sesta puntata) Come raccontato nelle precedenti tappe il business del click ha portato Internet ad abdicare al ruolo di contenitore di una informazione trasparente e libera. I vari siti hanno infatti come esigenza primaria quella di incrementare il traffico: dunque, l’importante è far girare in rete informazioni che vengano il più possibile divulgate – e dunque cliccate -, al fine di stimolare l’interesse degli inserzionisti pubblicitari e dunque di fare, alla fine, più soldi. Tutto il resto è passato in secondo piano.

Ryan Grim, capo dell’ufficio di Washington dell’Huffington Post, ha spiegato la situazione al New York Times, affermando che “il metabolismo veloce mette le persone che hanno verificato la veridicità dei fatti in una posizione di svantaggio”. D’altronde, se “si lancia qualcosa in rete senza aver controllato i fatti, pubblicando per primi la notizia in circolazione, si ottengono milioni e milioni di visite e, se dopo viene dimostrato che la notizia è falsa, quelle visite comunque continueranno ad esserci. Questo però è un problema. Gli stimoli che vengono dati al pubblico, infatti, sono tutti sbagliati”. In altre parole, la regola è diventata: “pubblicare” o perire (Fonte http://www.wallstreetitalia.com/).

C’è però un elemento in comune che caratterizza tutte le bufale che girano in rete: tutte appaiono confezionate in modo quasi impeccabile, fin troppo affidabili. Molti lettori, poi, prendono per oro colato tutto ciò che leggono e non si prendono il disturbo di andare a verificare la veridicità delle fonti: in questo modo, fanno un grande favore al business, con i loro clic e le varie condivisioni. I lettori sono creduloni e i media sono inetti, al punto da far circolare immondizia, in modo che tutti possano andare a letto felici. Jonah Peretti di BuzzFeed conferma il fenomeno ammettendo che la sua società cerca sempre profili di candidati che “capiscano realmente come vengono condivise le informazioni su Twitter, Facebook, Instagram e su altre piattaforme emergenti, perché in alcuni casi tali capacità sono importanti proprio quanto il fatto di avere un tradizionale talento nel riportare una notizia” (Fonte http://www.wallstreetitalia.com/)..

Farhad Manjoo del Wall Street Journal, ha commentato il fenomeno dei contenuti virali, affermando che quello che ha ormai preso piede “non è un nuovo modello di giornalismo”. Si tratta, piuttosto, spiega Manjoo, di “impacchettare il contenuto che genera entrate a basso costo con altre notizie più costose. Tale sistema è diventato il modello su cui si basano praticamente tutti i siti Web, da Gawker, BuzzFeed, all’Huffington Post, e a decine di altri siti più piccoli” (Fonte http://www.wallstreetitalia.com/).

Giovanna Cosenza, professore ordinario presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna dove insegna Semiotica e Semiotica dei nuovi media, sul suo blog scrive che delle chiacchiere su filtri bolla, post-verità e bufale, per dirla in termini spicci, non frega niente a nessuno. Per dirla in modo più elegante: di queste cose importa solo ed esclusivamente a coloro che stanno dentro al filtro bolla in cui si parla, appunto, di filtri bolla, post-verità e bufale. Detto ancora in altri termini: non è parlandosi addosso che si esce dalla bolla in cui ci si parla addosso. Specie se lo si fa producendo testi lunghi, argomentazioni difficili, commenti articolati, discussioni interminabili. Naturalmente anche ciò che sto scrivendo non fa eccezione, ma nasce e rimarrà esattamente dentro la bolla cui appartiene.

Arianna Ciccone e Fabio Chiusi (fonte: http://www.valigiablu.it/fake-news-facebook-media/) sostengono che si discuta molto, troppo e male, delle “bufale” sui social network e di come avrebbero influito sull’elezione di Donald Trump, o potrebbero addirittura averla decisa. Ciò di cui invece non si discute è che le fake news, in tutte le loro gradazioni e modalità, sono ovunque: sul web e i social, ma anche in TV, in radio, sui giornali. E ancora, sulle pagine dei partiti e dei movimenti, sugli account personali dei loro sostenitori. Altrimenti bisognerebbe spiegare perché la propaganda politica non è fake news, e finora nessuno l’ha fatto.

Non vogliamo la censura diventi improvvisamente presentabile col nome di “prevenzione della menzogna” o contrasto delle fake news. Altro che “post-verità”: ciò che sappiamo per certo è che viviamo nell’era post-Snowden, in un’epoca cioè il cui tratto distintivo sono sorveglianza di massa e controllo individuale in proporzioni senza precedenti nella storia umana. Vogliamo lasciare correre ogni ulteriore pericolo per la libera espressione nel nome di un legame – mai scientificamente dimostrato, forse mai dimostrabile e in ogni caso semplicistico – tra notizie false sui social e populismo? Perché sì, l’equazione “web = propaganda = populismo = polarizzazione = estremismo” è elegante, comoda, perfino utile (specie allo status quo). Ma ciò non la rende meno falsa. Elegante, dunque, è anche il paradosso: il principale risultato del dibattito sulle fake news è, a sua volta, una fake news.

Insomma, post-verità è la nuova parola d’ordine dell’attualità, quella che meglio di tutte incarna lo spirito del tempo: oggi, dicono gli esperti, non esiste più differenza tra opinioni e fatti, e casi come Brexit e Trump ne sarebbero la dimostrazione lampante. Eppure qualcosa non torna in questa narrazione post-moderna applicata alla società. Nell’epoca in cui la propaganda politica vuole farci credere che ci troviamo tutti continuamente sull’orlo del baratro, nessuno è esente da questa nuova strategia di comunicazione: dopo la Brexit, i commentatori britannici e non si sono lanciati in articoli di vibrante accusa contro gli elettori anziani e delle aree rurali, i colpevoli dell’esito del referendum (“i vecchi che condannano i giovani”, si è detto), paventando una frattura interna alla nazione, con gli scismi di Scozia e Irlanda del Nord all’orizzonte, e la città di Londra quasi pronta a fare Stato a parte. Negli Stati Uniti, poche ore dopo l’elezione di Trump molti elettori delusi erano scesi in strada a protestare duramente. E anche in Italia, dopo la vittoria del No al referendum costituzionale, alcuni hanno ceduto al commento di pancia, accusando i giovani di essere refrattari al cambiamento. In tutti questi casi, qualcuno ha ipotizzato addirittura una revisione del diritto di voto. E statisticamente, in queste tre occasioni, gli sconfitti appartenevano in buona parte alla componente più colta e moderata dei rispettivi paesi (copyright Valerio Moggia https://medium.com/).

(Prima puntata) (Seconda puntata) (Terza puntata) (Quarta puntata) (Quinta puntata) (La settima puntata uscirà il 16 gennaio 2017)

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