Paolo Cherchi, terzo sardo a essere nominato socio dell’Accademia dei Lincei

Paolo Cherchi
Paolo Cherchi – Foto di Giovanni Carru – http://www.giovannicarru.it

Dopo l’archeologo Giovanni Lilliu e il filosofo Remo Bodei, Paolo Cherchi è il terzo studioso sardo a far parte della comunità di intellettuali nota come Accademia dei Lincei. Oschirese, 79 anni, è uno dei filologi e storici della letteratura più noti a livello internazionale, ha percorso la sua prestigiosa carriera a Chicago, la città dove ancora vive e in cui svolge il ruolo di professore emerito. L’ambito riconoscimento è arrivato lo scorso mese di novembre.

I numerosi saggi, articoli e interventi (la sua bibliografia ne conta 422 dal 1966 al 2016) disseminati lungo una gloriosa carriera accademica, offrono un esempio della vastità degli studi di Paolo Cherchi, che si estendono dal mondo antico alla contemporaneità, dall’italianistica all’ispanistica, dalla realtà culturale europea a quella americana, dalla lingua latina all’inglese, passando per il crocevia linguistico e il romanzo.

Evitando ogni filologismo, ma rispettando la filologia quando questa ha davvero da dire qualcosa di nuovo, l’autore si è sempre tenuto lontano dalle teorie letterarie affidandosi alla sua profonda e rara erudizione che gli permette di spaziare – con leggerezza e humour – in tanti campi dello scibile umanistico.

La rivista Soliana (Anno VII – N° 10 – Settembre 2014 – Scarica il numero integrale ) ha ospitato un suo intervento nell’edizione dedicata al fratello Placido (1939-2013), filosofo, storico dell’arte e studioso dell’antropologo Ernesto De Martino. Qui di seguito riporto la parte iniziale dello scritto, utile a cogliere la scrittura e anche a capire il “distacco” dalla Sardegna di un intellettuale emigrato nell’America del Capitale  in un momento storico molto particolare, in Sardegna e in Italia.

Ci chiamavano “i Dioscuri”. Non credo però che Placido lo sapesse o che avesse mai sentito appellarsi in questo modo. Neppure io lo sapevo, e solo quando Placido è morto me l’ha riferito una sua vecchia amica. L’appellativo era gentilmente ironico e giocava sulla nostra origine di Oschiri o meglio di una frazione, un cantiere di lavoro del quale Placido ha scritto varie volte perché è stato un laboratorio dove ha fatto le sue prime osservazioni sui fenomeni della lingua, dell’acculturazione, del rapporto fra sardi e continentali come fra operai e contadini e pastori.  Eravamo per molti aspetti gemelli, forse perché ci condizionava uno stesso ambiente in cui la scelta degli studi umanistici anziché scientifici appariva decorosa e perseguibile; inoltre entrambi frequentammo più o meno gli stessi corsi al liceo e all’università. Ma eravamo anche diversi per l’età — lui più giovane di me di un paio d’anni —, per gli amici che frequentavamo, per temperamento e per diversità di abitudini. Il che è tutto normale fra due fratelli che crescono insieme e si sviluppano in modo autonomo, con gli inevitabili conflitti ed emulazioni ma con altrettanti scambi di sostegni e di insegnamenti. Il distacco venne quando eravamo ormai maggiorenni, quando gli studi mi portarono prima in Spagna per due anni e poi per sempre negli Stati Uniti. Placido rimase in Sardegna e da allora ci siamo visti sporadicamente, anche se negli ultimi anni le nuove modalità di viaggio avevano accorciato di gran lunga le distanze e i nuovi mezzi di comunicazione avevano reso possibile sentirsi anche quotidianamente se fosse stato necessario. Di solito ci sentivamo ad intervalli mensili, e in tempi veramente recenti ci scambiavamo qualche biglietto elettronico usando con piacere il logudorese che rendeva il dialogo più intimo e familiare. Durante il mio soggiorno a Madrid Placido venne a trovarmi e passò con me un mese; invece non ha mai neppure pensato di varcare l’Oceano forse perché sentiva, come quasi tutta la sua generazione, un’ostilità sorda per il rappresentante maggiore della cultura capitalista. Nei primi anni tornavo in Sardegna quasi ogni estate per un breve periodo; e negli ultimi anni questi ritorni erano più frequenti.

Eppure, nonostante la costanza di queste visite e dialoghi, i nostri rapporti non erano e non potevano essere più quelli della nostra prima giovinezza. Troppo a lungo siamo stati “presenti” in realtà diverse, e questo inevitabilmente ci ha fatto crescere in modo simultaneo ma disuguale.  Esperienze intellettuali e ambienti diversi hanno avuto il loro peso. Io mi ero allontanato dal marxismo della mia formazione universitaria, mentre Placido si era spinto verso i limiti dell’estrema sinistra. Inutile dire, perché troppo facile da immaginare, che io venivo a rappresentare “il razzismo”, il consumismo senza limiti, il “filosionismo”, il sostenitore della guerra in Vietnam … e tutta una serie di accuse simili che i miei vecchi amici mi rivolgevano. I miei rientri negli anni Settanta e perfino negli Ottanta erano amareggiati da questi attacchi da vecchi compagni di scuola e di gioventù, ostinatamente convinti di conoscere la vita americana senza avere mai messo piede nella terra dalla quale ora scrivo e senza sapere una parola di inglese.

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